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VOCE... SGUARDO... SEI TU...

saraumadicris
6 apr
Tempo di lettura: 2 min

 

“Mio Signore e mio Dio!”

 

Sento in me il desiderio forte di toccarti; di osare a mettere le mie mani su quei fori aperti che lasciano passare inverosimilmente luce.

Non riesco a credere di averti di fronte. Ti ho scorto da lontano emanare l’ultimo anelito di vita in un urlo di dolore lancinante mentre eri appeso su quella croce.

E ora sei qui davanti a me, dici di essere Lui, ma io faccio fatica a crederlo possibile.

Posso toccarti? Posso sentire la tua carne? Posso…

Tu, come al solito, leggi il mio cuore impaurito, dubbioso e con voce decisa mi dici di toccarti.

Mi paralizzo come un bimbo di fronte a qualcosa di troppo grande e sconosciuto per lui. Mi ritrovo a balbettare qualche parola; i miei occhi diventano come quelli di quel cieco a cui hai messo fango e saliva. Mi sento uno stupido. Eppure, nel tuo sguardo non colgo nessuna accusa o giudizio, solo tanta tenerezza.

E in quello sguardo io mi ci rituffo e mi immergo in cerca di nuova Vita.

Non m’importa più sapere se quello è il tuo corpo, se sei ancora vivo o meno perché quella voce, quegli occhi, quelle braccia aperte nelle quali mi offri rifugio, mi bastano.

Mi bastano per poter rompere ogni indugio e lasciare che le mie ginocchia si pieghino di fronte a te in un gesto naturale, esclamando: “Mio Signore e mio Dio!”

E un calore pervade il mio di corpo come una linfa vitale si reimpadronisce di me. La felicità di chi pensava di averti perduto per sempre e invece ti ha ritrovato. Perché? Perché mi hai toccato. Sì, non io, Tu mi hai toccato l’anima, come mai avevi fatto prima. Eppure ti sono stato accanto per tre anni, ma solo ora, quando pensavo di averti perso per sempre, ti ho fatto entrare in me. Ho dubitato, ho pianto, sono caduto, ti ho lasciato solo nel momento in cui tu avevi più bisogno di me e ora, ancora una volta mi chiami per nome: Tommaso. Ed io per la prima volta, con convinzione e coraggio ti chiamo “mio”.

Tu sei il mio Dio, il Dio della mia vita, l’unico che ancora una volta mi accoglie per quello che sono: un povero uomo, dubbioso, impaurito, mendicante d’amore al quale le ginocchia vacillano, non più per paura ma in un gesto di grande bellezza. Sì, mio Signore, non ho più paura di chiamarti mio, di riconoscerti di fronte a me e in me… Ora ti riconosco perché mi hai toccato e ti sei lasciato toccare dalla mia debolezza umana.

Sara

 
 
 

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